Pushing the sky away in Lucca

Vedere la sua singolare fisicità di performer sul palco è una grande, immediata emozione.

Nick Cave è, a pieno diritto, per scelta di vita e d'arte, l' interprete di se stesso nel film di Wenders  dedicato agli angeli che volteggiano nel cielo sopra Berlino, ascoltando i pensieri dolorosi degli umani, nel desiderio d' incarnarsi comunque, pur d' entrare nel mistero profondo della vita. 

La sua gestualità è leggera e aerea, oppure esprime rabbia e provocazione, in andirivieni rapido sul palco, per catturare ogni presenza del pubblico e tenerla avvinta col suono, la voce, lo sguardo magnetico. L'artista, instancabile, crea onde sensoriali e emotive. Vuole gli spettatori in comunione con sé,  scende tra loro cercando, anche col contatto fisico, di trasferire energia e pulsazioni. Per alcuni pezzi, invece,  quasi si apparta, solitario, al pianoforte.

La musica è coinvolgente, con strumentisti d'eccezione, un saliscendi dal rumoroso sperimentale all'armonia pacificante, alla sola voce. Una sapiente e inconfondibile capacità di mescolare stili e rivisitare generi, frequentati nella lunga carriera e ricca produzione. Un' anima lirica e dark si spande dai testi intensi. 

L'effetto è un rapimento di circa due ore in una dimensione trasognata, anche visionaria, un ascolto di infiniti suoni impensabili, dalle percussioni tribali all'armonia ineffabile, che si addensano attraverso l' udito fino a renderti una cassa di risonanza e portarti al libero movimento del corpo.

Elda Belsito, July 2018

 

Seeing Nick Cave’s extraordinary physicality in performance delivers an instant and intense emotion. He holds the deeds in full, by right of his choices in life as in art, to interpret himself in the Wim Wenders film where angels swoop over the skies of Berlin to eavesdrop on the grieving thoughts of men, wishing that they too could nonetheless become flesh and enter into the most profound mystery of life. 
Cave’s gestures are delicate, aerial, then suddenly angry, provocative, as he prowls the stage, pulling in every member of the audience, wrapping every soul in the sound of his voice, in the thrall of his magnetic gaze. The artist is relentless in his creation of sensory and emotive waves. He urges communion with his spectators, descending amongst them, seeking to touch them and pass on to them the pulse, the energy that he embodies. Then come other songs; he withdraws, solitarily, a pianist. 
It is the music that pulls the audience along with it, the Bad Seeds, masters and commanders of musicianship, riding the currents of screaming experimentation through to havens of pacific harmonies, on to the solo voice. Skill is here, in a dextrous mixing of styles, and revisiting of genres that have played their parts in their lengthy career and prolific production. A dark and lyrical soul sings out the words of the harrowing verses. 

For two hours we are kept captive in a dream space. We are accompanying visionaries, bound by infinite, inconceivable sound. Tribal percussion and ineffable harmony pour in through our auditory senses, until we are all sounding boards in moving bodies. 

photos by Elena Grippino, Massimo Piludu, Carolyn Scott